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U2 a Roma – 17 Luglio 2017 – Cronaca di una straordinaria celebrazione penalizzata da un pessimo audio

Bruno Fazzini on 17 luglio 2017 - 23:17 in Blog, HiFi Dream, Reviews

 

U2 a Roma – 17 Luglio 2017 –

Cronaca di una straordinaria celebrazione penalizzata da un pessimo audio

 

Di Bruno Fazzini

 

Nel 1987 il concerto di Roma degli U2 sanciva il definitivo successo di questo gruppo e segnava la nascita dell’album: The Joshua Tree. Oggi accompagno a questo concerto celebrativo una persona, mia moglie, che trent’anni fa al concerto dello stesso gruppo c’era.

 

 

 

Ieri sera l’emozione è stata forte, gli artisti bravissimi, come sempre. Credo. Credo perché gli U2 non sono molto seguiti da me poiché non suonano la “mia” musica ideale, il “mio” rock. Ma riconosco in questo gruppo l’impegno artistico e quello sociale, indiscutibilmente coraggioso, la carica emotiva non comune di Bono e la bravura tecnica del chitarrista The Edge nel divincolarsi tra la struttura melodica tagliente delle sue diverse chitarre. Basso e batteria fanno il resto, in un amalgama trascinante, impegnato e coinvolgente, anche grazie ai testi di livello e alle immagini scelte con sapiente maestria.

 

Le mie radici

Io, però, vengo da più lontano. Il rock che va dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70 ha profondamente segnato il mio percorso musicale e culturale. E forse tutta la mia vita. Non citerò gli artisti di quel periodo, tutti li conoscono, alcuni dei quali, tra i più grandi e da me tanto amati, non ci sono più (Lou Reed, David Bowie, John Lennon, Frank Zappa, Jimi Hendrix…). Mi bastano tre accordi della chitarra di Robert Fripp, di David Gilmour o di Steve Hackett, tre secondi della voce di Peter Gabriel, di Robert Plant o di Steve Winwood per salire sulla macchina del tempo e ripercorrere tutto il mio vissuto fatto di emozioni forti, di pranzi saltati per privilegiare l’acquisto dei biglietti dei concerti di Roma e di Londra di questi giganti che hanno influenzato tutto il panorama rock che si è poi sviluppato negli anni seguenti.  

Ecco. E’ questo vissuto che a me manca quando ascolto la musica degli U2. Vissuto che, invece, ha maturato, amato, ricordato e digerito chi era con me a questo concerto commemorativo in virtù (beata lei) della sua giovane età.

 

 

Il concerto di oggi

Accerchiato da 58.000 persone osannanti non ho avuto difficoltà ad essere velocemente coinvolto, grazie soprattutto all’apertura di grande effetto (Sunday bloody Sunday). Molto semplice la prima parte del concerto eseguito su un palco in mezzo al pubblico. Molto più coinvolgente la seconda poiché gli artisti si sono spostati sul palco principale, a ridosso di un gigantesco schermo ad alta definizione che forniva immagini scelte e montate dalla sapiente regia del fotografo Anton Corbjin.

E forse proprio le immagini sono state le grandi protagoniste dello spettacolo, poiché hanno contribuito ad un coinvolgimento emotivo molto forte che, sulle note dei bellissimi testi dei brani, hanno fatto entusiasmare i presenti.

 

…e il “suono”?

Ma tutto questo poteva essere decuplicato se la orrenda, scadente qualità acustica non avesse stordito, confuso e impastato il suono, facendo perdere intelligibilità al messaggio musicale, rendendo in alcuni passaggi, quelli più carichi di energia acustica, addirittura non riconoscibile la voce del cantante.

Peccato. Peccato davvero perché questo concerto poteva diventare un evento come quello del 1987: ricordato da tutti.

 

 

Io mi chiedo…

Forse le cose sono andate meglio per chi ascoltava in basso, nel pratone, dove le tremende risonanze facevano percepire meno il loro deleterio effetto. In ogni caso, ieri, mi sono fatto una domanda: “Si può perdonare agli organizzatori un tale scivolone tecnico? Si può trovare una giustificazione nella scelta obbligata della disposizione della strumentazione forzata dalle esigenze di spazio del meraviglioso maxischermo?” Io credo di no. Non credo sia accettabile. Non è accettabile perché le soluzioni tecniche oggi non mancano e, visti gli spettatori paganti (58.000 x 2 serate), non saranno mancate anche le risorse economiche per risolvere i problemi di acustica.

 

Il confronto con altri eventi

Non vorrei sembrare eccessivo, non pretendo l’ascolto della cavea del Parco della Musica (ricordo con piacere la qualità audio del concerto di Jan Garbareck), ma almeno la qualità dell’ascolto che ho goduto all’aperto e in spazi simili ai concerti di Roger Waters, Bruce Spreangsteen e David Gilmour, credo che sia lecito pretenderla. Non perché è stato pagato un biglietto per ascoltare buona Musica, cosa che pure avrebbe un senso. O almeno non solo. Anche se ieri sera la contropartita c’è stata tutta, e forse anche di più, è però mancato il rispetto per l’appassionato, per l’utente che vuole sentire vibrare dentro di se tutte le corde dell’emozione e invece percepisce che manca a questo “tutto” una parte importante.

 

 

 

Un po’ di rimpianto

Qualcuno dirà: ”Si, va bene, ma eravamo tutti felici, ballavamo e cantavamo a squarciagola lo stesso ascoltando In the name of Love, New years’day Bad”. Certo, va bene così. Lo stesso Bono ha citato il David Bowie dicendo :”we can be haroes, just for one day” e la scorsa notte siamo stati tutti eroi, tutti. Per una notte. Va bene lo stesso. Ma eravamo eroi con le ali spuntate.

 

 

 

Quell’albero…

E quell’albero dal nome biblico illuminato sul palco ci ha riportato con i piedi per terra. Ci ha riportato ai paesaggi dell’Arizona dove quell’albero vive e resiste anche senz’acqua, lotta e resiste, come noi, eroi per una notte. E’ sempre quell’albero a costeggiare e guardare dall’alto della sua gigantesca forza The streets have no name, brano che in un attimo ha infiammato il pubblico ormai in delirio già a metà concerto.

Da qui alla descrizione delle contraddizioni americane il passo è stato breve, ma netto e fermissimo nella denuncia di una politica miope.

E poi l’emozione è salita, e salita ancora con le immagini delle donne. Delle donne unite e in lotta per le uguaglianze; le immagini delle donne che hanno segnato un percorso nella storia, e quelle delle suffragette. Soprattutto delle donne che hanno dei sogni da realizzare.

 

 

Beautiful Day

Ma è stato con l’uso di una parola, una sola parola che Bono ha portato la commozione ai livelli più alti: compassione (soffrire con). E allora ci siamo lasciati andare con With or without you e  con Miss Sarajevo (dopo trent’anni diventata Miss Syria), che con la voce di Pavarotti (riconoscibile con difficoltà) che accompagnava le struggenti immagini di una giovane donna in lotta per il suo sogno, ha permesso di affermare a tutti i partecipanti a questo concerto celebrativo: “E’ stato comunque un…Beautiful Day” .

 

 

 

 

Video:

https://www.facebook.com/u2/videos/10155317025791686/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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